I Sinodi della Diocesi di Trieste

Conferenza di presentazione del libro del prof. Giuseppe Cuscito “I sinodi della diocesi di Trieste

Relatori
S.E.R. Mons. Guido Pozzo
Segretario della Pontificia Commissione Ecclesia Dei
Prof.ssa Liliana Ferrari
Docente di Storia del Cristianesimo e della Chiesa
Dipartimento di Studi Umanistici – Università degli Studi di Trieste

Venerdì 7 marzo ore 17.00 Aula Magna del Seminario diocesano via Besenghi, 16

Intervento di Cuscito alla presentazione
Dopo i dotti interventi dei relatori a me non resta che ringraziare l’Arcivescovo per avermi voluto affidare lo studio delle fonti relative alle due assemblee sinodali celebrate a Trieste di cui ci è pervenuta documentazione: il sinodo del vescovo de Goppo (1460) e quello del vescovo Santin (1959). Si tratta di due sinodi molto distanti nel tempo e di tenore molto diverso per il clima culturale e l’assetto socio-politico in cui furono celebrati, anche se in certo modo sono collegati da un comune denominatore: l’edificazione del popolo cristiano e l’esemplarità della vita del clero.
Per il primo, quadro di riferimento è stato il Lateranense IV (1215), detto il “concilio riformatore” e il principio di autorità, mentre la società ancora compattamente cristiana del Quattrocento era caratterizzata dalla persistenza di strutture feudali e dal pensiero unico, lungi dal fenomeno dell’ateismo e del pluralismo del pensiero moderno. Perciò il sinodo non insiste tanto sul problema della fede, considerata come dato acquisito, quanto piuttosto su quello della pratica della vita cristiana. Su questa linea, le prescrizioni si presentano come un testo normativo anche con finalità di ordine sociale (per esempio la pubblicità delle nozze) e con minacce sanzionatorie di ordine spirituale, pecuniarie e persino carcerario. Dei sacramenti si rilevava l’importanza canonistico-formale per garantirne validità ed efficacia. Della predicazione il sinodo si preoccupava in via negativa per proibirla a chi mancasse dei requisiti necessari, mentre il suo aspetto positivo pare quasi completamente assente e ridotto a notificazioni precettistiche. In conclusione si può dire che lo spirito pastorale cammini sul tracciato del diritto e forse proprio questa carenza di pastoralità oggi induce molti studiosi a considerare i canoni sinodali del Medioevo con fastidio e antipatia.
Di tutt’altro tono si rivela il sinodo convocato quasi cinquecento anni dopo dal vescovo Santin, impegnato nella ricostruzione di una città martoriata e di una Chiesa di frontiera che aveva subito pesanti mutilazioni e trasformazioni socio-religiose. Il contesto storico-culturale è determinato dalla frattura tra pensiero cristiano e pensiero moderno, mentre la Chiesa si presentava come un esercito disciplinato e arroccato sulla difensiva. Le quattrocento costituzioni, finora mai utilizzate nella copiosa bibliografia sulla figura di Santin, riprendono con tono esortativo e paterno temi delle sue lettere pastorali e danno la misura e il polso del legislatore, animato da una fede cristallina e da un cattolicesimo intransigente. La linea autoritativa e accentratrice, allora seguita dalla gerarchia secondo il Codice di Diritto Canonico del 1917, propone ai fedeli laici una partecipazione puramente passiva con poco spazio all’iniziativa personale, tanto da escluderli dall’insegnamento religioso nella scuola. Per contro l’autorità del magistero ecclesiastico è sottolineata a più riprese con una eccedenza fin troppo insistita a scapito della nozione di Popolo di Dio elaborata più tardi dal Vaticano II. Anche l’ecumenismo è affrontato nei termini del grande ritorno dei fratelli separati all’ovile romano secondo un programma poi superato dal decreto conciliare Unitatis redintegratio, per cui “non c’è vero ecumenismo senza conversione interiore”.
Il volume con un’analisi storica delle due assemblee attestate in diocesi è dedicato ai membri del sinodo in corso non già per essere usato come manuale dei lavori da affrontare bensì come mezzo per rilevare continuità e differenze con la tradizione sinodale del passato e acquisire prospettiva storica rispetto all’evento che stanno celebrando in quest’ora, maturati dallo sviluppo delle scienze umane e sociali fin qui prodotto e in consonanza con lo spirito del Vaticano II e del nuovo Codice di Diritto Canonico del 1983, dove la Chiesa è presentata come Popolo di Dio e l’autorità gerarchica è posta come servizio: la storia può così diventare ancora una volta radice per nuovi slanci.

Giuseppe Cuscito

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