Verso la conclusione il lungo lavoro dei sinodali durato tre anni

VIVERE CON CORAGGIO ANCORA PIU’ GRANDE LA NOSTRA APPARTENENZA ECCLESIALE

Il Sinodo diocesano si concluderà il 3 novembre prossimo in Cattedrale

Potrebbe ricordare ai nostri lettori cosa è un sinodo diocesano?
Il Sinodo diocesano è un evento della Chiesa. E’ un tempo straordinario deciso dal Vescovo di una Diocesi perché la sua Chiesa viva un’occasione speciale di vita comune, di confronto e di preghiera per rafforzare la propria identità evangelica e interrogarsi sulle sfide che il tempo le pone davanti. E’ un’occasione propizia per “mettere una marcia in più” per il cammino di una diocesi.
Un Sinodo non è un convegno ecclesiale, il suo scopo è anche di dare alla Chiesa locale delle regole di vita e di azione. Il Sinodo non finisce, quindi, con la chiusura degli incontri, ma continua nella vita post-sinodale della Chiesa negli indirizzi di vita che esso ha dato.

La sinodalità è una dimensione della Chiesa. In cosa consiste?
Sinodo significa letteralmente “camminare insieme”. Vivere il Sinodo significa innanzitutto riscoprire che la Chiesa non è solo dei preti o del vescovo, ma tutti i battezzati sono Chiesa. I laici non sono “cristiani di serie B” e la Chiesa richiede che ciascuno si senta responsabile di essa. Certamente, in un’epoca di individualismi e di “delega” fare un Sinodo è una bella sfida: nella Chiesa si cammina insieme e non da battitori liberi e nello stesso tempo si è “protagonisti” e non “deleganti” nel proprio cammino battesimale. Si è protagonisti tutti, ma non nello stesso modo, perché il vero Protagonista è lo Spirito Santo che suscita nella Chiesa diversi carismi. La sinodalità è … la collaborazione tra questi carismi nell’unità garantita dallo Spirito.

In cosa è consistito il “lavoro” dei sinodali?
Il lavoro dei sinodali è stato quello di incontrarsi periodicamente in assemblea generale in Cattedrale e di lavorare assiduamente nelle quindici commissioni di lavoro per sviscerare i vari temi che erano proposti all’interesse del Sinodo. C’è stato un tempo di studio, di ricerca e di raccolta delle informazioni, un tempo per il dibattito e il confronto e ora un tempo di redazione-sintesi di quei documenti che saranno il “risultato” del sinodo: le linee guida della Chiesa di Trieste per i prossimi anni. E’ stato un lavoro impegnativo e lungo e per questo si devono ringraziare tutti coloro che hanno accettato di farne parte e di coinvolgersi in un lavoro corale sotto la guida del Vescovo. Un ringraziamento particolare va alla Segreteria Generale sotto la guida di Don Lorenzo Magarelli che ha coordinato, raccolto e visionato tutti i documenti e ,in più organizzato le dieci “Congregazioni generali “ in cattedrale.

Il Sinodo è volto al futuro o guarda al passato?
Guarda al futuro ma profondamente radicato nel passato. Guarda al futuro non per inventariare i fenomeni sociali nuovi e fornire una serie di ricette risolutive. Guarda al futuro per discernere come rendere presente in mezzo a noi Cristo, che è sempre lo stesso, ieri, oggi e sempre. Deve quindi anche guardare al passato, ma non come a cose morte ed archeologiche, ma alla tradizione viva della Chiesa, al Principio della nostra fede. Il Principio non è solo l’inizio è anche il fondamento che permane.

Come e quando si concluderà il Sinodo diocesano?
La celebrazione del Sinodo diocesano si concluderà il prossimo 3 novembre, nella solennità patronale di S. Giusto, quando il Vescovo concluderà il 5° Sinodo con una “Lettera” alla diocesi e a tutti i cittadini di buona volontà. I documenti sinodali saranno inviati alla Santa Sede per la approvazione e quindi alla diocesi. Ma se quel giorno segnerà la conclusione del Sinodo, da quella data inizierà la parte più importante di tutto questo processo: la fase post-sinodale, come ricordavo sopra, in cui il Sinodo deve diventare vita vissuta e prassi ecclesiale.

Quali frutti ci si aspetta da esso?
Il frutto più evidente che ci si aspetta è quello di non pensare appunto che finito il Sinodo tutto sia a posto: sarebbe una grande illusione. Occorre appunto che capiamo che lo stile del Sinodo deve abitare sempre di più la testa e il cuore dei cristiani di questa nostra diocesi, laici, religiosi e preti. Se non vogliamo che il Sinodo resti un bel libro che mettiamo ad impolverare nei nostri scaffali, occorre che ciascuno parta da questa “magna charta” per vivere con coraggio ancora più grande la sua appartenenza ecclesiale. Ci sono davanti a noi sfide epocali: le migrazioni, la secolarizzazione, il pluralismo religioso, il dibattito sui temi etici… Occorre che la Chiesa di Trieste “ci sia” e non si rintani nelle nostalgie del passato o in comportamenti autoreferenziali. Il Sinodo indicherà la strada: ora le parole e i fogli scritti devono diventare “carne”: solo così il Sinodo sarà davvero servito a migliorare il volto della nostra Chiesa triestina.

Intervista a cura di Stefano Fontana , direttore di Vita Nuova
A Mons. Pier Emilio Salvadè
Vicario Generale della Diocesi

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